Risparmio, la propensione all’accumulo si riduce ma resta molta strada da fare

Durante il periodo della pandemia, l’atteggiamento degli italiani – popolo tradizionalmente di grandi risparmiatori – si è indirizzato ancora di più verso la cultura dell’accumulo.
Malgrado le entrate del 71% dei percettori di reddito non fossero state intaccate dalla crisi, quasi la stessa percentuale si diceva preoccupata per la situazione economica familiare. Da qui un aumento della propensione al risparmio. In sostanza, la circolazione della liquidità si è bloccata.

Meno risparmio dopo la crisi

risparmioBisogna riconoscere che la pandemia è stato un evento che ha toccato tutti. E lo ha fatto in ogni ambito. A maggior ragione in quello finanziario, che non poteva risultare immune dagli effetti della crisi.
Tuttavia, un dato è risultato estremamente incoraggiante. Da inizio anno le sottoscrizioni del risparmio gestito hanno sfiorato i 58 miliardi. Per la prima volta nella storia, il totale del patrimonio in gestione ha superato i 2.500 miliardi di euro. Un record.

Tutto questo vuol dire che la cautela che aveva dominato soprattutto il 2020, ha fatto spazio ad un progressivo ritorno all’investimento. Ci sono quindi segnali sicuri di un vento nuovo, che spinge i risparmiatori a considerare di destinare quote maggiori dei loro liquidi all’investimento. In special modo, verso le forme di investimento sostenibili.

Manca la cultura dell’impiego

Le buone notizie però non devono far dimenticare i problemi. Esiste ancora una quota enorme di liquidità detenuta dalle famiglie italiane. Un fiume di denaro che se fosse impiegato in investimenti efficienti, potrebbe non solo dare un rendimento a chi lo impiega, ma pure sbloccare risorse economiche per dare slancio all’economia del Paese. Pensiamo a quante imprese esistono che non sono in grado di avere le risorse necessarie per decollare.

Il cambio di passo necessario

Il prossimo passo deve essere quindi capire come stimolare lo sblocco di risorse, nell’interesse sia dei risparmiatori che dell’economia nazionale. Bisogna eliminare quella sorta di buy limit mentale che frena gli italiani. Ma serve un cambio di passo culturale. Occorre far capire che l’industria del risparmio gestito è una catena del valore. E bisogna anche varare delle misure (specialmente fiscali) che incentivino l’accesso ai mercati dei capitali, così da alimentare la propensione all’impiego dei capitali.