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	<title>ComunicatoStampa.org : autori e press agent</title>
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	<title>ComunicatoStampa.org : autori e press agent</title>
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		<title>Coronavirus: i cassetti della mente</title>
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		<dc:creator><![CDATA[kruppyboy]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 03 Apr 2020 04:03:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Salute]]></category>
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<p>Ci dicono di non uscire, di stare in casa. Ci dicono di non avere contatti con le persone. Ci esortano a lavare spesso le mani, a non toccare occhi, naso e bocca. <br>Ci forniscono anche una soluzione per poter sconfiggere il virus e, conseguentemente, per  averne meno paura: lo possiamo evitare stando in isolamento.</p>



<p>È sufficiente a farci sentire meglio? No, le nostre abitudini vengono stravolte e ci troviamo di fronte all&#8217;esigenza di creare nuove routine, di adattarci. </p>



<p>Nel frattempo viviamo come in un limbo. Pensieri e azioni si disorganizzano, ne siamo sopraffatti, vorremmo fuggire. Da chi vorremmo fuggire? La risposta che ci diamo è “dal virus”, ma abbiamo detto che lo possiamo evitare stando in casa. Stiamo dunque scappando da noi stessi, d&#8217;altronde il lavoro, lo sport e la sfera sociale ce lo permettono, oltre a essere per noi fonte di nutrimento, di realizzazione personale.</p>



<p>A questo punto ci troviamo di fronte ai nostri timori, a quei fantasmi chiusi a chiave nei cassetti della mente; li abbiamo messi lì, tentando di nasconderne l&#8217;esistenza, ma si tratta di un&#8217;illusione. Ora, nel silenzio cui siamo costretti, li sentiamo bussare. Questo rumore si traduce in ansia, che attribuiamo unicamente alla condizione di emergenza sanitaria in cui ci troviamo.</p>



<p>Concordo sia inevitabile provare un forte sentimento di frustrazione e di rabbia durante l’isolamento. D&#8217;altro canto, mantenendo chiusi quei cassetti della mente, sentiamo soltanto il rumore di ciò che percepiamo come il fantasma del passato; non possiamo udirne le parole, non possiamo comprenderne il messaggio e, dunque, non possiamo ritrovare un equilibrio, adattarci.</p>



<p>Ed è così che alcuni di noi sentono di dover affrontare una minaccia senza volto, esasperando, ad esempio, ansia e paranoia, magari finora silenti.</p>



<p>In altre persone può emergere un sentimento di solitudine, che esaspera vissuti angosciosi quali la separazione dagli affetti (familiari, di coppia, amicali) e la perdita di quel nutrimento fatto di pelle, odori, sguardi, sorrisi e carezze di cui necessitiamo. In questi casi ci possiamo sentire depressi, privi di vitalità, spenti.</p>



<p>Potrebbe anche accadere di provare rabbia, una rabbia che appare divorante, capace di renderci immobili e di privarci della spinta progettuale; anch&#8217;essa è sollevata dal rumore proveniente dal nostro mondo emotivo; ascoltando, possiamo renderci conto che è sfruttabile, è un&#8217;energia potente e potenzialmente costruttiva.</p>



<p>In questa condizione di emergenza e isolamento, anche gli unici scambi interpersonali possibili, mediati da telefono e internet, s&#8217;inaridiscono veicolando un sentimento di frustrazione e soffocamento. Le conversazioni tendono infatti a diventare monotematiche e ansiogene quando incentrate su virus, pandemie e raramente su noi stessi.</p>



<p>Gli “ostacoli” tra noi e il quotidiano potrebbero essere letti inoltre come la<br>
frustrante imposizione di un genitore severo o non empatico, poco generoso, che ci dice di “no” e che ci porta a perdere passione e vitalità. Il rischio è che la nostra risposta a tale vissuto sia di opposizione cieca, disorganizzata, controproducente.</p>



<p>L&#8217;attuale emergenza sanitaria e il dovere di stare in casa sollevano quindi temi emotivi e vissuti differenti in ognuno di noi. È fondamentale riconoscerli e comprenderli, magari<br>
con l’aiuto di un terapeuta, per porsi in una prospettiva evolutiva, di cambiamento e di adattamento.</p>



<p>Marina Bellomo</p>



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		<title>Uno, nessuno e centomila&#8230; Maschere di noi stessi</title>
		<link>https://www.comunicatostampa.org/86578164/uno-nessuno-e-centomila-maschere-di-noi-stessi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[kruppyboy]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 26 Mar 2020 08:35:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Salute]]></category>
		<category><![CDATA[psicologi]]></category>
		<category><![CDATA[psicologia]]></category>
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		<category><![CDATA[psicoterapia]]></category>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>
Guardandosi
allo specchio, Vitangelo Moscarda ha un&#8217;intuizione: <em>non
si conosce</em>,
perché indossa centomila <em>maschere.
</em>È
uno,
è tanti e, allo stesso tempo, non è nessuno. Moscarda prende così
coscienza di trovarsi davanti a centomila interpretazioni di sé,
dalle quali si sente imprigionato.</p>



<p>
Come
il protagonista di <em>Uno,
nessuno e centomila</em>,
il romanzo di Luigi Pirandello, anche noi potremmo essere giunti alla
medesima consapevolezza.</p>



<p>
Il
patto implicito che stringiamo con la società impone l&#8217;assunzione di
molteplici ruoli, che ci garantiscono accettazione, integrazione e
gratificazione. Siamo genitori, lavoratori, amici, fidanzati, ecc.
Questi ruoli non vanno però confusi con le maschere, che a
differenza dei primi implicano un inganno di fondo. Le maschere,
infatti, separano la nostra più intima natura dalla sua
rappresentazione, che costruiamo (più o meno consapevolmente) a
beneficio dell&#8217;altro. Potremmo guardare alla maschera come a una
“messa in scena” di noi stessi, che ci porta a perdere la nostra
identità. 
</p>



<p>
Quindi
la domanda che ci poniamo è: <em>quando
un ruolo ci rappresenta e quando, invece, diventa una maschera senza
che ce ne accorgiamo?</em></p>



<p>
La
risposta a questa domanda è fornita, come spesso accade, dalle
nostre emozioni: se ci sentiamo smarriti quando abbandoniamo
temporaneamente i “personaggi” in cui ci identifichiamo, credo si
tratti di maschere. Raffigurazioni di noi stessi che,
paradossalmente, ci soffocano e ci rassicurano al tempo stesso.</p>



<p> Tali artefazioni si superano iniziando ad ammettere che facciamo fatica a guardarci con onestà, <em>ma la buona notizia è che possiamo assumere un ruolo mantenendoci al contempo autentici</em>. Possiamo così far emergere sfaccettature finora nascoste, messe da parte, addirittura rinnegate. E poi mantenerle vive, anche nel perimetro del ruolo che ricopriamo.</p>



<p>Marina Bellomo</p>



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